SANGIOVESISTA CONVINTO seconda parte ROMAGNA MIA

Sangiovesista convinto

ROMAGNA MIA

Seguirono gli anni dell’università sulla stessa falsariga, fino alla svolta: il primo lavoro, i primi soldi ed il trasferimento in Romagna.
Non so se furono i soldi a fare la differenza, certo è che in terra di Romagna il santo che fa nome Giovese da sempre è trattato come un patrono che protegge le serate danzanti e che assieme alla Beata sempre vergine Piadina protegge il romagnolo dalle contaminazioni colturali dovute all’alternarsi continuo di turisti ma soprattutto turiste.
Da Marchigiano, per cui da persona esterna, vorrei spendere due parole per il mitico Raul Casadei: lo trovo veramente un poeta. Ad essere sinceri, le rime non sono mai state il suo forte, per cui giudichiamolo come un narratore che da sempre racconta e promuove in modo meraviglioso una terra meravigliosa.

Consiglio di ascoltare attentamente “romagna e sangiovese“!
Brano che racconta tanto del territorio dei romagnoli e di come la vita in Romagna  sia più leggera ( “La briscola e il tresette si gioca all’osteria
E col bicchiere in mano si brinda all’allegria
E quando vien la notte romagnola
La mi’ murosa è bella e campagnola
Ci invita a far l’amore, l’amor senza pretese
Evviva la Romagna, evviva il Sangiovese” ).
Provate ad intrattenere rapporti amorosi con una donna del sud e vedete poi come reagisce alla proposta di un amor senza pretese!
Altro pezzo fantastico del grande Casadei era “Il Passatore“.
Vi chiederete che c’entra questa digressione con la Romagna e con i vini romagnoli.
Il Passator Cortese, Stefano Pelloni, era un brigante romagnolo che a metà XIX secolo soleva scorrazzare per le terre di Romagna suscitando il terrore dei nobili e ricevendo ammirazione dalle classi popolari. La sua immagine fu scelta come icona per rappresentare i vini del consorzio.  Riassumendo: il Robin Hood romagnolo è presente in tutte le bottiglie promosse dal consorzio.
In questa vita nella bassa romagna il primo incontro con il santo fu con un master Pietamora azienda Zerbina 2001
Incontro shock. Te che da sempre hai bevuto pessimi vini inizi a bere il primo vino vero della tua vita con una delle massime espressioni di sangiovese per veridicità e legame al terroir? E così les joeux sont fait… amore a prima vista. Da quel momento le serate da vini del discount diventano solo un bellissimo ricordo e c’è una nuova strada da percorrere. Non ricordo dove fossi e neppure con chi, ma ancora rivivo l’emozione: in quel momento tutto diventò più chiaro. Un po’ come Robin Williams nell’Attimo fuggente stavo cambiando prospettiva, da quel momento il vino per me divenne un qualcosa di nuovo, da conoscere ed amare; non più soltanto l’ideale compagno di ebbre serate. Il mio lavoro mi permetteva di girare la Romagna in lungo ed in largo ed iniziai a conoscere le meravigliose strade del vino della zona.
Passarono i mesi, le prime guide del Gambero Rosso entrarono in casa ed iniziò uno studio forsennato, il vino divenne la mia malattia. Iniziò così la prima raccolta: guide e vini, soprattutto sangiovesi emiliano romagnoli e bianchi marchigiani. I primi Avi di San Patrignano, i Nero di Predappio di Nicolucci, gli Ombroso di Madonia, i Berti e tanti altri sangiovesi iniziarono a girare per casa. Mi sentivo un grande sommelier e mi lanciavo in analisi gusto olfattive improvvisate e lacunose, goffo come un moderno Sancho Panza:  erano sicuramente i vini più buoni del mondo per me, in quel momento, perché erano i primi che mi sceglievo da solo ed erano il frutto del mio lavoro di ricerca.
Ma com’erano in degustazione questi vini?
Circa due mesi fa mi sono imbattuto nel sangiovese base di Nespoli: allora impazzivo per questo vino e credevo che avesse il rapporto qualità prezzo migliore della penisola italica. Sono cambiato tanto e mi sembra ingeneroso scrivere cattiverie sul fidato compagno di tante sere di baracca con gli amici,  magari nella classica osteria romagnola. E tutti gli altri vini, com’erano? Lontani dalla concezione che attualmente ho del sangiovese: potenti, pieni di estratto e di frutto, poca terziarizzazione, a volte un po’ ruffiani o con un tannino ruvido polveroso ed una spalla acida deboluccia e poca predisposizione all’invecchiamento.
Il romagnolo sa vendersi e come tale è sempre pronto a cogliere le esigenze del mercato. L’estate scorsa mi sono ritrovato alla presentazione dei vini della provincia di Rimini e mi sono gustato sangiovesi completamente diversi: vini in riduzione, grado alcolico contenuto. Prodotti trasformati, adatti alle tendenze e alla cucina moderna, sempre meno grassa. Un Avi così anoressico erano anni che secondo me non lo si vedeva, ma Cotarella (l’enologo) la sa lunga vede e prevede e sa cosa vuole il consumatore!
Anche in Romagna, poi,  troviamo esempi di vignaioli che, pur partendo da territori non tanto fortunati, cercano la loro strada e la portano avanti con coerenza e determinazione: Gabriele Succi di Costa Archi, tanto per fare un esempio, che con caparbietà tira fuori dei vini veramente eccezionali se contestualizzati alla zona di produzione. Il Monte Brullo o l’Assiolo sono esempi di come si possano fare grandi vini anche a Castel Bolognese: sfido anche il degustatore più esigente a riconoscerlo come un sangiovese di Romagna durante una degustazione alla cieca.
Vorrei dedicare una menzione al vino che più di tutti mi è rimasto nel cuore in quel periodo, Tenuta La Palazza Drei Donà Pruno 1997. Ricordo nitido di una gran serata alla Ca’ de be’ a Bertinoro nel lontano 2009. Uno di quei vini che ti fanno battere forte il cuore con il suo tannino setoso, la sua bella spalla acida, un equilibrio perfetto e tanti anni davanti. Il tutto in perfetta sintonia con un quadro olfattivo espressivo e meravigliosamente ricco di terziari mai banale. Un vino che a distanza di anni è ancora lì e ricorda emozioni. Sì può riassumere il periodo romagnolo come una lunga fase improntata sull’immagine, eliminando due o tre vini indimenticabili, sul consumo di prodotti dignitosi, ma lontani dall’idea che attualmente ho di vino: in poche parole come una lunga fase di transizione e di ricerca (per il vino come lo è stata anche per la mia vita).
Il grande sommelier professionista romagnolo e abile venditore di scatoline non era nient’altro che un ragazzino ignorante e pieno di sé che cercava un senso al presente ed una strada per il proprio futuro (…continua).
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